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Marco De Marinis
 
Porto di Pescara
Comitato per un nuovo porto in sintonia con la città e l'ambiente

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Associazione culturale BORGOMARINO
Federazione Autonoma Balneare F.A.B.
Antonio SPINA
arch. Massimo PALLADINI
libero professionista ed esponente dell'INU Istituto Nazionale di Urbanistica

 

"Città e porto. Proposte per il recupero e la valorizzazione urbana degli ambiti della foce del fiume Pescara"

 

Ringrazio dell'invito: io parlerò essenzialmente della tratta fluviale che attraversa il tessuto urbano di Pescara, ma voglio sfruttare l'occasione per premettere, come dire, un appello e un elogio.
Un appello ai cittadini, ai tecnici, agli uomini impiegati nella Amministrazione a ritrovare le ragioni della propria pescaresità, di cui spesso si parla nelle occasioni pubbliche, in quanto Pescara è diventata una città a vocazione (ormai è una realtà!) metropolitana.
La città dei nodi, la città dei traffici, è diventata una città che esula dai suoi confini, li allarga inglobando un territorio che va da Ortona a Pineto fino a Manoppello ed a Scafa, e lì, in questa più vasta area, stanno sorgendo le strutture che danno senso a Pescara per essere il motore della Regione.
Il suo porto, il porto di Ortona, i nuovi paesaggi della città diffusa che noi stiamo riqualificando intorno ad uno schema infrastrutturale robusto, possono restituire alla città un ruolo che invece si appanna e si appannerebbe di più se noi tornassimo ad una visione più strettamente rinchiusa nei confini comunali, come spesso io invece sento echeggiare nelle polemiche, nei dibattiti degli ultimi anni.
Un arretramento, mi sembra, rispetto alla grande cultura americana in cui Pescara si può far portavoce rispetto ad altre voci del dibattito regionale.
L'elogio è invece un po' un elogio all'urbanistica, un po' un elogio corporativo, però l'urbanistica si configura sempre di più come una disciplina che si rimpiange quando non viene praticata, anche in sedi pubbliche si dice che ormai la disciplina urbanistica è un po' come la sociologia, che abbandonata la dura legge dei numeri è diventata narrazione, e così anche l'urbanistica sembra che sia un intralcio rispetto allo sviluppo reale del territorio.
Gli errori urbanistici poi invece li paghiamo!
Per esempio, Bulferi lo ricorderà, Pescara ha sempre puntato a proposito di turismo su due grandi aree libere, a nord e a sud, verso Francavilla, dopo il Villaggio Alcjone, e dopo Le Naiadi, e oggi noi vediamo queste due aree sono piene di piacevoli abitazioni, ed è una risorsa che non abbiamo più.
L'avevamo quando parlavamo di un disegno generale della città, invece con la politica del caso per caso e con una disattenzione degli ultimi P.R.G., ma anche di questo che è in corso di approvazione e del precedente, abbiamo perso questa importante occasione.
L'urbanistica non vive se non dentro una riflessione strategica su sé stessa che una collettività continuamente deve fare.
Questo mi sembra che manchi e lo dicevano anche i colleghi che mi hanno preceduto; che continuamente gli aggiornamenti della disciplina urbanistica cittadina siano scollegati da una riflessione sulle componenti strutturali ed economiche della città è un dato assoluto.
La separatezza tra porto e città, la separatezza tra aeroporto e città, la non comprensione dei caratteri che deve assumere oggi per esempio il turismo, per esempio il commercio, portano ad un Piano Regolatore sempre più asfittico e che continuamente ha bisogno di essere derogato, come la nostra esperienza quotidiana ci dimostra.
Ecco, in questo quadro, evidentemente la questione del porto è diventata nel dibattito essenzialmente una questione di ingegneria.
L'ingegneria ha un grande fascino perché ci prospetta un'opera nella sua concretezza fisica, e ce la prospetta al di fuori di un sistema di relazioni, però molto spesso l'ingegneria, se non si confronta con un compendio interdisciplinare altrettanto vigoroso, può portarci fuoristrada, come ci ha portato fuoristrada quando sono state cementificate le rive dei fiumi, o sono stati cementificati i viadotti storici di cui il prof. Pavia si occupa, e così anche le opere a mare sono figlie di un rifiuto di confrontarsi con il tessuto, con il contesto nel quale esse sorgono.
Questo tipo di atteggiamento di separatezza noi lo registriamo per tutta la tratta urbana del fiume Pescara, che è una parte di Pescara di cui noi non fruiamo e con noi soprattutto i nostri figli, le giovani generazioni: io lo so per esperienza diretta, i mie figli stessi mi domandano che cosa c'è dopo l'Asse Attrezzato, sono domande queste che noi quantomeno perché andavamo a cogliere la liquirizia non ci facevamo.
Il recupero di una risorsa baricentrica rispetto allo sviluppo urbano è un'assoluta necessità.
Io farò riferimento ad un elaborato per illustrare non certo delle proposte, ma un insieme di questioni aperte sulla tratta fluviale: questo elaborato è uno studio che stiamo conducendo per conto della Regione come strumento applicativo dei Piani Paesistici, ma che per la sua natura si è occupato delle interferenze che la questione ambientale ha con la questione urbanistica.
Ecco, qui, ci sono una serie di questioni che si inanellano e si collegano l'una con l'altra.
Noi abbiamo indicato tutto il complesso delle aree a ridosso della darsena, che sono tra le aree più interessanti di Pescara, lo ricordava molto bene il prof. Rosario PAVIA.
Sono in via di dismissione, alcune già dismesse, molte di proprietà pubblica, penso al mercato ortofrutticolo, molte occupano depositi e funzioni ormai incompatibili con il tessuto urbano in riva sud.
In riva nord abbiamo per esempio sulla curva della riviera, una serie di aree pubbliche, per non parlare di Villa de Riseis, ma che comprendono per esempio l'ex Istituto Professionale per la Pesca, il Mercatino del Pesce, il Mercato Ittico per il quale è stato appena demolito il serbatoio per il quale poteva essere fatta qualche riflessione attenta rispetto alla funzione anche come dire simbolica rispetto  a quella parte di città.
Queste aree oggettivamente possono diventare un tema di progettazione molto importante, ma c'è bisogno di sapere che tipo di porto c'è intorno.
Perché se noi puntiamo su un porto che vuole essere tutto, deve avere un entroterra adeguato, deve avere lo stoccaggio, deve avere la movimentazione merci, deve avere tutto quello che fa di un porto una cosa che compete con altri porti.
Io sono sicuro che l'arch. Polacco dopo di me ne parlerà diffusamente, ma noi non possiamo pensare di mettere una bandierina sopra un molo e dire che questo è un porto.
Dobbiamo fare questa scelta, dobbiamo avere il coraggio di dire che quello non è, come è scritto in tutti i Piani Regolatori ultimi, posizioni che pubblicamente io ho sentito, una zona nella quale dovrebbe sorgere il maggior polo del tempo libero, il polo espositivo, turistico, eccetera.
Queste aree che sono tra l'altro ricomprese con questi tipi di indicazioni nel PRUSST che è uno strumento che è stato approvato e tutto contraddice questa scelta.
Si è scelto già di fare di queste aree uno dei poli della riqualificazione urbana di Pescara.
I contenuti sono ancora molto vaghi, evanescenti, come spesso ci capita, basti pensare all'area di risulta della stazione, riusciamo a parlarne per anni senza dire che cosa veramente si intenda, comunque pare, sembrerebbe che questa scelta è irrevocabile, che qui dobbiamo fare un polo con queste caratteristiche.
Queste caratteristiche possono ben convivere con un bel porto peschereccio, con un bel porto passeggeri e basta.
Ma noi dobbiamo nella logica del sistema dei porti riuscire ad ottenere che le varie attività non vengano penalizzate, ma vengano diversamente organizzate e disposte, ci soccorre l'informatica, ci soccorre il fatto che il cervello di certe operazioni commerciali possa restare a Pescara, ma dobbiamo muoverci in termini di sistema con altri centri, con altre realtà, con altre risorse che la fascia litoranea della Regione consente.
Da questo insieme di aree variamente colorate, noi abbiamo le golene.
Le   golene… in riva nord sono l'unico luogo dove c'è un po' di vita, quantomeno i pescatori vi aggiustano le reti, ci sono i nonni che portano i ragazzini a vedere quello che fanno i pescatori, abbiamo spostato il Club Nautico, però c'è ancora una baracca per cui alla fine noi dobbiamo fare una specie di gincana con la macchina! C'è ancora quella baracca che c'era prima, e quella riva è sostanzialmente negata!
Andiamo poi per rimanere a nord, diciamo, verso la ex Canottieri, e abbiamo un pregevole edificio del '900, il Circolo Canottieri in pieno degrado con una piscina chiusa, con campi da tennis chiusi.
Io ricordo a titolo di semplificazione che a Lione per esempio c'è un fiume con un parterre tipo il nostro, ci sono le piscine, c'è il jogging, c'è una frequentazione quotidiana.
È una risorsa, a mio avviso, assolutamente sotto utilizzata; io, sommessamente, in un'ipotesi di sistemazione generale dei parcheggi, non ci vedrei nemmeno i parcheggi, ma proprio strutture di arredo urbano per il tempo libero quotidiano dei cittadini.
In riva sud, la golena, che cos'è?
È recintata per funzioni che io non riesco a comprendere, non riesco a comprendere se una funzione doganale può chiudere un fiume dal ponte risorgimento fino alla foce.
Noi abbiamo fatto un recinto sul fiume!
Io credo che con un accordo con Enti di Stato e con una riforma complessiva dell'area portuale, questi signori potranno anche esercitare le funzioni alle quali sono preposti in maniera più razionale, restituendo un affaccio alla parte sud della città sulla quale appunto si postula quel tipo di utilizzo.
Non la faccio lunga però arrivo all'area dell'ex fortezza di Pescara, prima occupata dalla POL.GAI., ora occupata dalla Questura.
Per quell'area, sommessamente credo, che si debba fare una riflessione più di lungo periodo.
Io penso che quell'area, quello che è l'unico punto in cui la città può riaffacciarsi sul fiume, dovrebbe ospitare funzioni più permeabili, come dire, perché insomma non è che c'è n'è abbiamo molte, quella è una zona che prende il Rampigna e arriva fino al Teatro Massimo, una zona completamente affacciata sul fiume.
Io non lo so, la biblioteca provinciale, il palazzo della Prefettura, una mediateca, un posto dove la gente possa arrivare al fiume senza doverci andare per forza, mi sembra un tipo di funzione più compatibile, compatibile anche con gli scavi archeologici, compatibile con la salvaguardia eventuale del Rampigna come campo di giochi, certo non stadio.
Ecco, la Questura può avere una sistemazione o tornando nel palazzo della Prefettura, o una sistemazione più consona.
Questo è un investimento che nel medio periodo non mi sembra sproporzionato alle nostre possibilità perché permette di aprire un muro che circonda tutto l'isolato dal ponte Gabriele D'Annunzio, via Caduti del Forte, lungofiume.
Se noi al centro della città ci priviamo delle poche o grandi risorse che abbiamo…
Concludo dicendo che la parte che supera i ponti ferroviari è in parte oggetto di un progetto provinciale di parco che stenta a decollare, sul lato nord versa nell'abbandono più totale, perché noi abbiamo un argine abbastanza sinistrato, una strada che oramai noi utilizziamo per uscire da Pescara, e con una serie di attività anarchicamente disposte, tra le quali una cava abbandonata dove è morto un ragazzino, ricorderete; quella potrebbe essere veramente la rive goche della città di Pescara, cioè un posto splendido dove ci sono locali, ritrovi, posti dove si va, dove si tirano fuori dei redditi.
Non parlo di una impostazione pubblicistica, discipliniamola perché ci siano le convenienze, perché gli operatori privati tornino ad affacciarsi sul fiume.
Io mi fermo a questa indicazione di temi, solo per dire che questa città deve, ecco, ritrovare il gusto di ripensare a sé stessa in termini strategici.
Questo non è un investimento, è una linea guida sulla quale indirizzare le scelte urbanistiche e gli investimenti, altrimenti rischiamo con il caso per caso, che sembra farsi largo con la convinzione di tutti gli schieramenti politici, di risolvere un problema spostandolo di qualche metro, e quindi sostanzialmente di trovarci ancora una città affetta da questa forma di miopia che alla fine la costringe nella propria congestione.
Credo che questo tipo di recupero del livello del dibattito cittadino sia un'esigenza alla quale debbano lavorare tutti.